Dai Savoia ai Bagatti Valsecchi: il neorinascimento come espressione artistica nell’Italia postunitaria

di Aurora Ghezzi, Archivio e Documentazione, Museo Bagatti Valsecchi

Galleria delle Armi
(©Museo Bagatti Valsecchi)

Nel frizzante ambiente della Milano del secondo Ottocento, i fratelli Fausto (1843 – 1914) e Giuseppe Bagatti Valsecchi (1845 – 1934) si distinsero come rappresentanti di un casato in rapida ascesa. Il padre, Pietro Bagatti Valsecchi (1802 – 1864), noto e apprezzato miniaturista dell’epoca, era stato adottato dal secondo marito della madre, Lattanzio Valsecchi (1755 – 1830), illustre personaggio della società lombarda. Dal patrigno, Pietro ereditò dapprima il cognome e successivamente il titolo baronale che, con
un apposito provvedimento motivato dalle lodevoli abilità artistiche, fu reso trasmissibile alla sua discendenza. Spettò a Fausto e Giuseppe l’arduo compito di consolidare il ruolo sociale recentemente acquisito che decisero di sancire attraverso il progetto che li vide collaborare in armonia per tutta la vita: il rinnovamento edilizio della dimora di famiglia. I due nobiluomini adottarono il Rinascimento come modello di riferimento per il
restyling del proprio palazzo al fine di perfezionare il processo di ascesa del proprio casato aderendo a un preciso intento civile e nazionale promosso dalla corte sabauda. Nello scenario postunitario, lo stile tardo quattrocentesco evocava infatti i dettami che più si confacevano alla società di alto lignaggio, che venivano incarnati nelle qualità di bellezza, eleganza, armonia e dignità.

Perseguendo le scelte di gusto dettate dalla monarchia e dalla classe elitaria, i Bagatti Valsecchi avviarono il loro progetto edilizio trasformando la casa di famiglia in una puntuale rievocazione di una signorile dimora del Rinascimento lombardo. I due nobiluomini omaggiarono l’epoca rinascimentale riportando nei loro appartamenti riferimenti quattro-cinquecenteschi desunti da esemplari abitazioni, modelli decorativi o raffigurativi.

Significativa la scrupolosa riproposizione di alcuni elementi decorativi tratti dalle opere più rappresentative del Quattrocento italiano. In particolare, il lampadario del salottino privato di Fausto ‐ attualmente denominato Sala Bevilacqua dalla tavola con la Vergine e il Bambino dipinta da Ambrogio Bevilacqua ‐ che riprende pedissequamente il portalampade rappresentato dal pittore veneziano Vittore Carpaccio nella tela Re Mauro congeda gli ambasciatori (Venezia, Gallerie dell’Accademia, circa 1495), facente parte del ciclo delle Storie di Sant’Orsola. Si tratta di un elemento decorativo molto semplice composto da un raccordo centrale, caratterizzato da una silhouette sinuosa, sul quale si innestano quattro bracci curvilinei in ferro battuto che reggono i rispettivi portacandele: lampade a forma di candele nel caso dei Bagatti Valsecchi che, in seno allo sviluppo delle innovazioni tecniche, dotarono il proprio palazzo di illuminazione elettrica.

Il lampadario della Sala Bevilacqua a confronto con il lampadario ritratto nella tela Re Mauro congeda gli ambasciatori
(©Museo Bagatti Valsecchi)

La scelta del modello veneziano di Vittore Carpaccio ribadisce ulteriormente la stretta dipendenza dalle scelte stilistiche imposte dai regnanti sabaudi che, per i loro appartamenti, commissionarono la riproduzione degli arredi dipinti dal pittore lagunare ritenendoli adatti per rappresentare il modello ideale a cui rifarsi per costruire la nuova arte dell’Italia postunitaria. Proprio nel secondo Ottocento, Carpaccio godette di rinnovata fortuna e di una sistematica rivalutazione dettata dalle affascinanti ambientazioni pittoresche e dalla spiccata analisi dei sentimenti che, tramite lo stile, divenivano mezzi di edificazione morale di ispirazione religiosa.

Tali caratteristiche venivano ampiamente apprezzate dalla regina Margherita ‐ cultrice dell’intera scuola veneziana ‐ che contribuì così a influenzare il gusto di un’intera generazione di artisti e accademici. Il favore monarchico attribuito alle opere del Rinascimento italiano ‐ veneziano in particolare ‐ si ripercosse anche sull’industria del mobile e sulle folte schiere di artigiani coinvolti che iniziarono ad interessarsi e a studiare gli arredi e le decorazioni dei pittori quattrocenteschi. Esemplare il caso di Michelangelo Guggenheim (1837 – 1914), eclettico mercante e collezionista di antichità, specializzato nella produzione di veri e propri manufatti «in stile», che venne coinvolto dalla monarchia sabauda nell’allestimento dei loro appartamenti privati con la riproduzione di arredi desunti dai più significativi dipinti rinascimentali, con specifica attenzione ai teleri di Vittore Carpaccio. Nell’ottica di condivisione delle cerchie artistiche frequentate dai regnanti, non sorprenderà dunque sottolineare che anche i Bagatti Valsecchi si rivolsero frequentemente all’officina di Guggenheim onde reperire sul mercato artistico pregevoli riproduzioni di arredi e manufatti quattro-cinquecenteschi.

Al fine di consolidare la posizione sociale recentemente conquistata, i Bagatti Valsecchi non si limitarono ad assecondare il linguaggio stilistico proposto dalla corte sabauda bensì intensificarono la frequentazione dell’entourage monarchico e della compagine dell’aristocrazia giovanile italiana. I due fratelli infatti risultano tra i partecipanti al torneo che si svolse a Firenze il 6 maggio 1868 in occasione della celebrazione delle nozze principesche di Umberto e Margherita, futuri regnanti d’Italia. Nonostante la giovanissima età – 25 anni Fausto e 23 Giuseppe – i due nobiluomini furono inclusi tra le fila della formazione milanese che si distinse durante le gare equestri organizzate per evocare la tradizione cavalleresca. Nel rasserenante clima di unitaria rinascenza nazionale le rappresentazioni in costume costituivano infatti uno degli svaghi più diffusi e apprezzati dalla società di alto lignaggio che ne celebrava i fasti durante le occasioni mondane.

Libro degli ospiti firmato dalla Regina Margherita
(©Museo Bagatti Valsecchi)

La frequentazione della corte sabauda è ulteriormente accertata dalla visita al palazzo milanese svolta dalla regina Margherita il 19 maggio 1894. Di questo interessante passaggio rimane traccia nei libri degli ospiti di casa Bagatti Valsecchi: poderosi volumi coerentemente allestiti entro antiche legature rinascimentali che raccolgono le firme di una selezionata cerchia di visitatori che, a partire dal 1886, varcarono le soglie della dimora meneghina alla scoperta dei magnifici interni neorinascimentali.

Primeggia tra tutte la firma della regnante – inquadrata entro una rigorosa cornice geometrica a inchiostro rosso – a cui fu dedicato un foglio intero in segno di riverenza e ammirazione. L’interesse dimostrato dalla regina Margherita nei confronti del progetto revivalistico dei Bagatti Valsecchi dimostra l’importanza che tale operazione rivestì nel panorama nazionale: una rievocazione ottocentesca che si distinse per l’accuratezza con la quale fu creato un insieme unitario ed armonico, rispettoso dell’aderenza storica.

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